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L’arte di vincere

(2011) R: Bennett Miller A: Brad Pitt, Robin Wright, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman. Storia vera del direttore generale di una squadra di baseball (Pitt) che riesce con due lire a tirar su uno squadrone sfruttando un sistema basato sul puro calcolo matematico. Pellicola che ha la capacità straordinaria di intrattenere quand’anche non commuovere, che esulta nell’aver trovato lo strike vincente con un B. Pitt furiosamente eccitante e Hill un prezioso deuteragonista. Di quei film dei quali si sente sempre un gran bisogno.

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Sessomatto

(1973) R: Dino Risi A: Laura Antonelli, Giancarlo Giannini, Alberto Lionello, Duilio Del Prete. Serie di bozzetti che raccontano le mille sfaccettature del sesso. Merita anche solo per le evoluzioni performative di Giannini e la bestiale propulsione erotica di Laura Antonelli.

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Hugo Cabret

(2011) R: Martin Scorsese A: Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz, Christopher Lee, Ben Kingsley. Storia di un orfanello che vive in stazione, alle prese con un misterioso trabiccolo trovato dal padre prima di morire. Toccante e sensazionale peana nei confronti del cinema da uno che di cinema se ne intende. Destinato a durare ben oltre le due ore di proiezione.

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La mia Africa

(1985) R: Sydney Pollack A: Meryl Streep, Robert Redford, Klaus Maria Brandauer, Michael Kitchen. Relazione amorosa fra una baronessa danese e un cacciatore di elefanti nel Kenya coloniale del 20esimo secolo. Dal romanzo autobiografico di Karen Blixen, è un elegante ottimamente appagante dramma sentimentale, forte di una ricostruzione sontuosa di epoca e spazi. La coppia Streep/Redford fa venire un caldo africano ogni volta che si avvicina alla camera! Caterva di Oscar, tra cui miglior film e miglior regia.

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La favolosa storia di Pelle d’asino

(1970) R: Jacques Demy A: Catherine Deneuve, Jean Marais, Jacques Perrin, Micheline Presle. Adattamento musicale per il cinema, sicuramente accattivante, della fiaba di Charles Perrault su una principessa che scappa dalle avances del padre rifugiandosi nel bosco sotto una pelle d’asino. Strambo, ma adorabile, e perfettamente sceneggiato.

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Il ragazzo selvaggio

(1970) R: François Truffaut A: François Truffaut, Jean-Pierre Cargol, Françoise Seigner, Jean Dasté. Racconto della storia (vera) di una specie di Tarzan che provano a inserire nel mondo civilizzato. Pellicola curiosa che nonostante l’età restituisce sempre una visione emozionante.

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Soldato blu

(1970) R: Ralph Nelson A: Candice Bergen, Peter Strauss, Donald Pleasence, John Anderson. Fra i primi film di cowboy pro-indiani: ecco praticamente l’unico motivo (ma potrebbe essere un valido motivo) per vedere questo western sciapo imperniato sulla storia d’amore fra un soldato di cavalleria e una donna simpatizzante dei nativi.

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Il nome della rosa

(1986) R  Jean-Jacques Annaud A: Sean Connery, Christian Slater, Helmut Qualtinger, Elya Baskin. 14esimo secolo: una specie di Sherlock Holmes francescano (Connery) cerca di trovare il colpevole di alcune morti violente avvenute all’interno di una abbazia benedettina. Dal romanzo di Eco, un film che non manca di dare mistero e avvincimento, grazie in particolar modo alla condotta esemplare di un magnetico S. Connery. Diversi i premi, come ben 5 David di Donatello.

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Joker

(2019) R: Todd Phillips A: Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy. Esplorazione cinica ed eccessivamente agghiacciante di uno dei “cattivi” più famosi della storia. Il vero (e anche unico) motivo per vederlo è la prestazione da knock out di Phoenix che si getta nel ruolo con la solita furia performativa. Tanti i riconoscimenti, fra di essi 2 Oscar di cui uno a Joaquin Phoenix, e Leone d’Oro come miglior film a Venezia.

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Il capitale umano

(2013) R: Paolo Virzì A: Fabrizio Bentivoglio, Matilde Gioli, Valeria Bruni Tedeschi, Guglielmo Pinelli. Ciclista investito da un SUV fa incrociare i destini di due famiglie brianzole. Un film che inizia dalla fine può mai risultare coinvolgente? Secondo Virzì sì, e in effetti il suo simil thriller sciccoso si fa guardare bene e appassionatamente … dalla fine all’inizio! Lo sforzo moralizzatorio del regista livornese improntato a critica nei confronti della società capitalistica, seppur niente affatto celato non appare tuttavia fortunatamente prevaricante sulla storia in sé e per sé.